mastica che ti passa

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Il cibo che si trasferisce dal piatto sulla nostra tavola al nostro stomaco percorre una strada spesso sottovalutata e che merita invece tutta la nostra attenzione e considerazione: cavità orale, gola (faringe) ed esofago. Dal momento in cui il cibo masticato viene inghiottito, la peristalsi – i movimenti involontari che comprimono ritmicamente [in questo caso] l’esofago convogliando il boccone, chiamato ora bolo, verso lo stomaco – agisce senza il nostro controllo; ma il processo precedente, quello della masticazione, è affidato a muscoli che invece gestiamo volontariamente ed è bene pensarci su più di quanto si faccia abitualmente, diseducati come siamo da ritmi frenetici e scarsa attenzione a momenti pensati come “inutili”.

La masticazione ha anzitutto il compito di aumentare l’area superficiale del cibo perché possa poi essere meglio attaccato dagli enzimi digestivi: immaginate di lavare le mani tenendole chiuse oppure di far penetrare acqua e sapone tra ogni dito e piega della mano. Cambia, no? Più il cibo sarà piccolo, meglio sarà lavorato.

Durante la fase della masticazione il cibo è posizionato tra i denti, per la frantumazione, dalle guance e dalla lingua. Via via che la masticazione continua, il cibo è reso morbido e riscaldato, e gli enzimi della saliva (nello specifico, l’amilasi) cominciano a scindere i carboidrati (zuccheri) dell’alimento.

Last but not least, durante la masticazione si stimola la produzione di colecistochinina, un un ormone (dal greco όρμάω – “mettere in movimento”: molecola che rilascia un segnale e provoca una reazione) secreto dal duodeno, che a sua volta determina il rilascio di bile, di enzimi digestivi ulteriori dal pancreas e stimola la secrezione di insulina: e soprattutto, tramite stimolazione del nervo vago, determina il senso di sazietà.

Questo interessante articolo racconta di una ricerca condotta da Jie Li della Scuola di Salute Pubblica alla Harbin Medical University, atta a dimostrare che la masticazione aiuta a dimagrire e a mantenere il peso.

I dottori hanno infatti monitorato la masticazione di due gruppi composti da 15 uomini adulti tra obesi e normopeso. Per un arco di tempo è stato servito loro del cibo identico sia per quantità sia per contenuto calorico, con l’unica differenza nelle istruzioni per masticarlo: al primo gruppo è stato chiesto di effettuare 15 masticazioni, al secondo di ingerire il cibo non prima di averlo masticato 40 volte.

È emerso che sia i normo che i sovrappeso, masticando 40 volte, ingerivano il 12% in meno di calorie in media per pasto con un aumento per l’appunto del rilascio della colecistochinina, che a livello biologico porta a una riduzione del senso di fame. Risultato: il tester tendeva a mangiare di meno e assumeva meno calorie.

La fame non è tuttavia solo uno stimolo chimico: la componente psicologica gioca in essa un ruolo tutt’altro che secondario ed è evidente che, masticando il cibo lentamente e trattenendolo a lungo nella cavità orale, lo si “consideri” e lo si gusti maggiormente.

Questo, ovviamente, può far riflettere sulle nefaste conseguenze di un’alimentazione frettolosa o “distratta”: la cattiva maestra televisione, ad esempio, durante un pasto può causarci un totale disinteresse verso ciò che abbiamo nel piatto e un incremento della velocità di masticazione ed ingestione del cibo, con conseguente gonfiore addominale – per l’aria inglobata -, un insufficiente rilascio di colecistochinina e, in generale, una scarsa “preparazione” dell’apparato digerente al compito che stiamo per richiedergli – compito che, per le nostre “opulente” abitudini, viene riproposto svariate volte al giorno, e spesso in termini massicci.

Gustare lentamente le pietanze fa bene anche alle gengive: la masticazione lenta favorisce la secrezione di una maggior quantità di saliva, ricca di sostanze enzimatiche, che esercita un effetto detergente sui denti e sulle stesse gengive.

Pensando a tutte queste belle cose… non vi viene voglia di provare?

(fonti: journal of clinical nutrition, wikipedia)

le bevande di frutta sono tutte uguali?

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Il panorama delle bevande di frutta è estremamente vario e forse molti nemmeno lo sanno.

La tendenza è quella di far passare tutto sotto la comoda definizione di “succo di frutta” ma così facendo il rischio di incorrere in inesattezze è piuttosto elevato. Esistono infatti molti tipi di bevande di frutta che hanno caratteristiche diverse dovute alla loro composizione, intendendo con questa espressione sia gli ingredienti che i dosaggi. Da ciò dipendono anche, ovviamente, importanti differenze a livello di benefici che queste bevande possono arrecare al nostro corpo. È quindi importante capire bene quale tipo di bevanda di frutta ci troviamo davanti, così da capire, effettivamente, cosa stiamo bevendo.
Occorre fare una differenziazione preliminare tra due termini spesso confusi, ovvero polpa e purea: la polpa è la parte commestibile del frutto intero che quando viene ridotta in pezzi estremamente fini mediante setacciatura o procedimenti affini si definisce purea.

Da qui è possibile partire per definire i vari tipi di bevande alla frutta.

BEVANDE AL GUSTO DI FRUTTA: sono bevande analcoliche con un sapore di frutta che può essere ottenuto del tutto artificialmente, con un contributo di frutta che quindi spesso è del tutto nullo. Contengono acqua, aromi (indispensabili per dare il sapore), zucchero, dolcificanti sintetici e acidificanti.

BEVANDE A BASE DI FRUTTA: l’unica differenza con la categoria precedente è data dalla percentuale di frutta minima, che non può essere inferiore al 12%.

SUCCO CONCENTRATO: è derivato dalla spremitura della frutta da cui, per favorirne la conservazione, viene estratta l’acqua. Durante questo processo può perdere una parte più o meno grande dei suoi naturali aromi che vengono reimmessi, assieme all’acqua, durante l’imbottigliamento.

NETTARE: deriva dalla setacciatura della polpa, con aggiunta di acqua. Il contenuto di frutta è inferiore al 100% ma comunque esiste un tetto minimo stabilito per legge a seconda del tipo di frutto. L’albicocca ha un minimo del 40%, la pesca del 50%. Contempla l’aggiunta di zuccheri e dolcificanti sintetici, ma non di aromi.

SUCCO DI FRUTTA: è costituito al 100% da frutta, sotto forma di succo e di polpa. È possibile aggiungere zucchero e vitamine, non acqua. Può essere ottenuto da succhi freschi o concentrati o da un mix di entrambi. La presenza di succhi concentrati deve comunque essere dichiarata sulla confezione. buoni!

FRULLATO DI FRUTTA: costituito al 100% da frutta con un elevato contenuto di purea. Niente zucchero, né aromi, conservanti e coloranti. i migliori 🙂

(fonte: leonardo.it)